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Critica

"Parole di seta"

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STRALCI DI CRITICA TRATTI DA:

Giorgio Barberi Squarotti
Claude Michel Cluny
Lorenza Colicigno Laraia
Costantino Costantini
Rosa Maria Fusco
Philippe Guérin
Maria Pia Granisso
Claudio Marabini
Paolo Monelli
Geno Pampaloni
Vittorio Sereni
Payandèh Shahandèh
Giuseppe Tucci
Cristina Valenti
Nicole Van De Ven
Franco Vitelli
Paolo Zauli

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L'INTERVISTA: "LABRIOLA L'ESILIATA IMMOBILE", IN LA NUOVA BASILICATA, 11/12/1999, DI GIANNI COSTANTINO

LA RECENSIONE: "NOMADISMO E IRONIA: GINA LABRIOLA, RAFFAELLA SPERA E VITO RIVIELLO", DI ETTORE CATALANO

LE LETTERE: "FRUGANDO NELL'EPISTOLARIO DELLA POETESSA"

                     
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Giorgio Barberi Squarotti

(Recensione critica, 27 giugno 1973)

"..Istanti d'amore Ibernato è un denso ed intenso discorso poetico, che ha acutezze
strazianti e prolungati indugi descrittivi e meditativi, suasive eleganze e sorprendenti
folgorazioni. E' un libro vario eppure unitario per la forza singolare ed originalissima
della misura poetica che si avverte coerente e continua..."

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Claude Michel Cluny

(Le Figaro, settembre 1996)

"Italienne de Lucanie, auteur de plusieurs ouvrages couronnés, traductice elle même,
elle mêle dans ses poèmes le quotidien le plus "banal" aux échos des fables antiques
avec un sens des choses vues et des "états d'âme" empreint parfois d'un humour
surprenant."

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Lorenza Colicigno Laraia

(da Donne e poesie nella cultura lucana del '900,  in Quaderni Humanitas, Potenza 1994, p. 304)

"Fedele alla sua identità di donna, identità cercata e costruita nelle sue connotazioni
non individuali ma mitiche, la poesia di Gina Labriola mette al centro la "terra", la
"madre", la "poesia", fondendo secondo un procedimento proprio della cultura antica,
greca in particolare, pensiero  e immaginazione in una sintesi grazie alla quale
l'individuale contiene l'universale, il concreto delle esperienze storiche, il loro valore
esemplare...
"

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Costantino Costantini

(da La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 maggio 1975)

"...I motivi dominanti sono gli stessi: la Lucania e l'Iran (...). Sembrano due mondi
diversi, quasi antitetici, divisi da una distanza incolmabile; ma lo sguardo consapevole
di Gina Labriola trova straordinarie somiglianze e accostamenti imprevedibili che li
fanno confluire assieme, come per simbiosi, in una sola sorgente d'ispirazione. Tutto,
le miserie presenti della condizione umana e i riverberi irreali di un magico passato,
è visto con sofferenza e solidarietà."

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Rosa Maria Fusco

(da "Gina Labriola", in Le lucane, I percorsi di poesia femminile in Basilicata)

"...Per Gina Labriola tutte le terre sono la "sua" terra, tutte le madri sono "la madre",
tutte le donne sono "la donna", se stessa in definitiva, cercata (e trovata) al termine
di peregrinazioni e viaggi, odi e amori, baruffe e pacificazioni. Strano narcisismo che
non contempla l'estraneazione rispetto agli altri, ma l'inclusione (tutta femminile, appunto)
degli altri nel sé. Ed è in questi termini che va anche letto il classicismo della Labriola,
che è piuttosto simbolismo, a riprova del quale la Labriola riporta le parole di Costantino
Kavafis: <<...Ora lo sai cosa sono le Itache...Né Lestrigoni né Ciclopi tu incontrerai, né
il furioso Nettuno, se non li porti dentro di te, se la tua mente non li fa ergere minacciosi
di fronte e te...>>. Questa fioritura del mito, ch'è una costante nella poesia della Labriola,
ha una doppia origine: letteraria (per la specifica formazione culturale dell'autrice che ha
una conoscenza profonda e circostanziata della poesia greco-latina) e antropologica per
quelle sue radici tutte a sud (sud è la Basilicata, ma a sud è anche la Persia, sud è la Spagna,
tutti paesi fortemente impregnati di "mito", dove le donne costituiscono una sorta di
comunità "altra", anche quando questo non avviene secondo i rituali "separatisti",
l'imposto separatismo, della società persiana). E certo il fascino della poesia della
Labriola sta in questa sua capacità di cogliere la somiglianza nel diverso, se stessa nella
Rivale, di risalire per così dire, all'archetipo, a quella madre (ch'è natura, favola, carne)
in cui sono sedimentate a strati altre figlie ed altre madri...>>

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Maria Pia Granisso

(da una recensione a "Le storie della Pignatta", 2000)

"...Sì, questo sud raccontato da Gina io lo capivo. Non era il sud della memoria di cui
si è sempre parlato a proposito dei poeti meridionali o meridionalisti. Non era un Sud
dell'esilio, o almeno se lo era si trattava di un esilio scelto, perfino desiderato, un esilio
che non era uno sradicamento, nè un tradimento. Era l'unica maniera forse per sentirsi
stranieri altrove e riconciliarsi con le proprie origini, scoprendo, lontani dalla nostra terra,
fino a che punto le apparteniamo..."

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Claudio Marabini

(da "Il resto del Carlino, Bologna 3 dicembre 1972)

...il libro premiato a Bologna mostra una singolare figura di scrittrice, a se stante, e con
efficacia, nel panorama nazionale. Condotto con ferma consapevolezza formale, su cui
evidentemente ha operato il magistero dei classici, soprattutto greci, il libro si inarca e
scatta qua e là in estri e umori da cui trapela una vivace arguzia. Il tono generale è tuttavia
prevalentemente lirico e nasce da una coperta trama autobiografica, che oscilla, come tra
due poli,fra un oriente domestico mimetizzato nell'umiltà e nell'arcaismo del nostro
mezzogiorno, e l'oriente autentico e remoto, punteggiato di luci, strani monumenti,
persone e miti. tra l'uno e l'altro rivive dissacrato il mito greco da cui emergono le ombre
di Venere e di Narciso e una rinnovata invidia degli dei  per i momenti splendidi della nostra
felicità. Questi momenti risultano solo in apparenza congelati nell'ibernazione, come vuole
il titolo: in effetti, col flusso lirico e la vena arguta si mescola una vitalità molto calda, non di
rado appassionata, che suona in fondo come una celebrazione della vita. Di questa celebrazione
la poesia è naturale strumento, sollevata in alto in atmosfera di miracolo sempre rinnovato."

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Paolo Monelli

(da Il Corriere della sera, 20 agosto 1972)

"...Policrome fantasie, sensazioni che non diventano quasi mai immobili, qua e là
l'ossessione del nostro pseudo-progresso. Si leggono come appunti di un diario segreto,
con il ritegno di penetrare intimi arcani, presentimenti del subcosciente...Spesso ha
una concisa bellezza da antologia greca..."

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Geno Pampaloni

(da Il Corriere della sera, 24 dicembre 1972)

"...vera voce poetica di rara intensità spirituale è l'esordiente Gina Labriola che porta un
temperamento poetico nutrito di succhi classici in uno scenario favoloso ove il nostro Sud
si stempera nel paesaggio persiano"

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Vittorio Sereni

(Luglio 1973)

"...una poesia in cui il meridione natio e l'Iran acquisito si mischiano in un lirismo dove
sensibilità squisitamente femminile e più fonda elegia trovano un loro personale rilievo..."

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Payandèh Shahandèh

("Dall'Iran a Parigi su ali di seta", prefazione a Poesie su seta, 2000)

"...Non per seguire la moda, del resto superata, della <<poesia visiva>>, o il
<<grafismo>>, l'artista vuole rendere palpabili, concreti, i suoi raffinatissimi versi.
Come nei kimono giapponesi, o nei sai indiani, vuole che i colori intrecciati alle parole
possano muoversi, avvolgere, parlare, ricordare. La creazione varia a seconda del testo:
un velo di seta diventa una notte stellata, un altro è tinto con i tramonti del nostro
Montmartre; un giorno la poesia di Gina ritrova i tetti rossi del suo amato paese, un
altro si avvolge nelle nebbie nordiche, ispirandosi talvolta, a Chagal. Le uniche
costanti nella sua arte restano la gioia di creare e la volontà di esprimersi e di
comunicare...>>

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Giuseppe Tucci

(da Presentazione ad "Istanti d'amore ibernato")

"...Questi istanti, che la poesia della Labriola costringono nel verso, non sono, dunque,
cogitazioni consapevoli, schiacciate dalla morsa di proposizioni distinte, atti puri di
pensiero, ma voci di passioni dolci ed aspre insieme, nutrimento e struggimento della
tessitura indivisa della sua vita. Trovo in queste poesie come un sinuoso ritorno verso
il canto vitale ed inimitabile della sua anima, delle sue speranze, delle sue ansie, delle
sue riprese; come onde che un vento languido suscita su mobili acque capaci di un
moto infinito. Naturalmente chi ha vissuto in Oriente non può sottrarsi ai suoi richiami;
intrecciate a tale sottofondo con legami palesi, certe immagini sembrano entrare in noi
con l'aria che respiriamo..."

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Cristina Valenti

(da una recensione alla Commedia "Istanti d'amori ibernati", 1996)

"... Un teatro che sceglie la metafora della poesia per rivelarsi come luogo di attivazione
fantastica, in grado di far piovere scintille di luce su un panorama fortemente segnato
dalle ombre della drammaturgica postbeckettiana. E fra divertimento e raggelata
sospensione del senso, si ritrova il valore del teatro nelle inquietudini di questo fine
millennio: fra sensazione del limite e nuova necessità dell'impegno artistico"

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Nicole Van De Ven

(da Journal de Teheran, dicembre 1972)

"Dans ces chants qui fusent haut en peu de notes, qui sont cris jamais appels,
dans ces murmures monodiques qui sont mélanconie lucide, la beauté des mots
n'est jamais donnée. elle este l'armature superbe de la force creatrice..."

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Franco Vitelli

(da "La lucania e il suo patrimonio culturale" a cura di Giuseppe Appella e Francesco Sisinni))

" ...Fondamentale rimane la raccolta Istanti d'amore ibernato (Laterza, 1972) pel tipo
di folgorazione della realtà e il neoarchetipo frutto d'incontro tra la prima e la nuova
patri, l'Iran: "le vene del Sinni/seccano/ nelle gole dell'Alborz". Un incrocio,
comunque di civiltà tra Occidente ed Oriente, che declina nel racconto della nota
folclorica della natia Lucania e nella diffusione di un senso quasi buddhistico della
vanità delle cose e dei desideri"

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Paolo Zauli

(dalla Presentazione a "Poésie sur soi/e)

"...Dalla Lucania natale alla Persia, dalla Spagna alla Bretagna, da Bologna, sua città
d'elezione, a Parigi dove vive, l'immediatezza delle immagini, cromatismi di mondi irreali,
tra realtà e sogno, dai deserti alle nebbie, dai tetti di tegole rosse ai campanili d'ardesia, da
Persepolis ai Menhir, visioni sfaccettate in <<alveari di specchi>> dove l'immagine si
rifrange e ritorna nell'unità del ricordo, che si stringe intorno al motivo ricorrente dell'alveare,
dei sentimenti familiari. Musica di setar e di santur, di biniou o d'arpa celtica, che si riassumono
nel suono di un flauto: evocazioni, rarefatte nella poesia, trattenute in vita da quelle stesure
pittoriche che fissa su leggerissime sete. I colori, ora ridenti ora sfumati, trattenuti nel
<<cerchio di un oggi>>, dove <<tutto e nulla esiste ad un tempo>> dove <<l'onda
diventa terra e la rena si scioglie in pianto...>>

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