UN INCENDIO EVITATOdi Gina Labriola
<<Che razza di pittura è questa?>>, disse
furibondo l'autorevole critico d'arte.
Aveva sentito dire che in un paesetto lucano, nell'antichissimo catoio della sua casa, una
signora, arrivata da Parigi, esponeva le sue pitture in anteprima, ed era arrivato a bella
posta dalla capitale, o dal capoluogo di provincia, non ricordo bene, per vedere
<<la novità>>.
Appoggiava alla seta una enorme pipa, ardente come una fornace dell'inferno, poi la
succhiava rabbiosamente per aspirarvi i più feroci insulti.
<<Ma insomma? Che tecnica ha usato? Che materiali?>>.
La signora arrivata da Parigi, che era poi una lucana purosangue, nomade per trent'anni,
tornata nella terra dei suoi avi, timidamente cercava di spiegare:
<<La tecnica? I materiali? Un pò tutto: elementi naturali, colori ricavati dalle
piante, da rare radici e, pare, anche da escrementi di certi animali... e poi acqua, sale,
zucchero, farina, latte, cera, alcol...>>
Il critico autorevole cercò una porta per poterla sbattere, ma la porta non c'era, e, per
uscire all'aperto, dovette arrampicarsi per una ripida e stretta scala, un pò a fatica,
dato che aveva, proprio le fisique du role del critico autorevole.
Ad ogni gradino, sbraitava:
<<Sale! Zucchero! Farina! Piante! Intrugli! E anche animali! Roba da cuochi!
Chiamate i cuochi, non i critici d'arte!>>.
Tanto sbraitò che un cuoco finì per sentirlo.
<<Piante, zucchero, sale? Roba che viene da Parigi? Bene, benissimo!>>
Felice di poterer assaggiare specialità della cucina francese, venne il cuoco, tutto
ossequioso e sorridente, roseo e rotondetto, e cominciò ad esercitare l'olfatto per
carpire aromi di pietanze rare, ma gli odori che colpirono le sue narici esperte furono
quelle di una madia, di un antico forno, di un focolare, di una catasta di legna, tutta
roba che per tanti secoli era servita a preparare e a cuocere pani, pizze, rascattelli,
e aveva conservato gli odori antichi, che si mescolavano bonariamente agli odori dei
prodotti assorbiti dalla seta (che venivano da Parigi).
I veli evanescenti si appoggiavano a vecchi sacchi di rozza tela che erano serviti per il
grano, l'orzo, i fagioli e la farina. I lemuri dei bachi non se ne mostravano offesi, ma
il cuoco si sentì ferito nel suo onore culinario.
<<Che razza di cucina è questà?>> disse, e cominciò a saltellare dal forno
al focolare, dalla madia alla catasta di legno, misurando a passi l'ampiezza del locale.
<<Che spreco! Un locale così, adatto ad una pizzeria, con il forno (a legna) già
pronto e funzionante! E invece si appendono ai muri queste pezze che neanche sono buone a
coprire i tavolini! Almeno chiamate i sarti! Questa è roba da sarti!>>
Anche lui se ne andò tanto furioso che quasi ruzzolava come una palla per la ripida
scala.
E venne il sarto. Elegante, snello, con baffettini, sfoggiava un francese quasi perfetto
adorno di una bellissima erre moscia. Era gentilissimo:
<<Mais oui, mais oui, madame! Vous êtes une artiste! Oh! Les belle
couleur! Mais oui, mais oui: splendidi colori, splendida seta, perfetta per la
biancheria intima della mia prossima collezione! La poesia? Ma certo, perchè no? Un poema
sul seno, un altro sur la cuisse, un autre sur les fesses... épatant! Génial!
Molto chic, molto sexy!>>
Venne infine un critico letterario, con le migliori intenzioni del mondo, in verità, ma
fece fatica a leggere i versi scritti obliqui o a rovescio, con le lettere che scivolavano
nei colori, e i colori che si mangiavano la metà delle parole:
<<Ma che roba è? Poesia visiva? Nell'epoca di Internet, scrivi a mano? Fatti un
sito con un bel WWW! Ti costa meno fatica e si legge meglio!>>
Che fare? L'artista si accingeva a raccogliere i veli di seta e buttarli nel forno dei
suoi antenati. Un bel velo che parela l'incendio del sole del fuoco al tramonto, al
contatto con la pipa del critico d'arte, aveva preso fuoco davvero, e mostrava ormai il
colore della notte e della rinuncia. Gli altri dipinti vibravano di dolore, nel calore
dell'incendio.
Per fortuna arrivai in tempo. Mi vennero in mente i versi di un poeta che mi fu sempre
caro e li ricordai alla poetessa amica mia:
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente,:
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire,
...
Certo è un azzardo un pò forte
scrivere delle cose così,
che ci sono professori, oggidì,
a tutte le porte.
ma...infine
...
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
Gina Labriola