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Poesia persiana

"Parole di seta"

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DOSSIER

IRAN: PIU' CHE UN AMORE

Nadèr Naderpùr / Forùgh Farrokhzàd

di Gina Labriola

C’era una volta il paese di Ceraunavolta, dove mille favole più una nascevano in un letto, in bocca ad una donna che ogni giorno si giocava la testa e ogni notte riusciva a salvarla con l’incanto della parola.

 

 

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Gina Labriola in Shador

Si potrebbe tenere un lungo discorso sulle donne orientali, nella vita o nel mito; viste spesso, nell’immaginario occidentale, come bambole meccaniche, sono spesso capaci di imporsi con la parola e con l’intelligenza, come faceva Scerazade.

Golandàm, nelle " Sette principesse " di Nezamì, trasportava un toro sulle spalle per dimostrare al presuntuoso re Bahràm ciò che si può ottenere con la forza di volontà e il paziente esercizio quotidiano.

C’era una volta un re che si credeva il più grande del mondo; il suo nome era Mohammàd Rezà Pahlavì, si faceva chiamare Sciàh-in-Sciàh, che vuol dire " Re dei Re ". C’erano altri Re, o presidenti di paesi che avevano buttato via i Re, che venivano in Iran a rendergli omaggio, offrendogli dollari, armi e parole di elogio in cambio di bidoni di petrolio e feste con vodka e caviale.

Per anni e anni sventolarono, nelle strade di Teheran, le bandiere di tutto il mondo, da quella russa a quella americana. Lui, lo Sciàh-in-Sciàh, si sentiva, e in un certo senso era, almeno negli anni sessanta, l’ago della bilancia, in Medio Oriente.

C’era pure, spesso, la bandiera italiana, in occasione di visite di personaggi importanti. I colori erano gli stessi, bianco rosso e verde, per l’Italia e per l’Iran, disposti in senso orizzontale per l’una, verticale per l’altro, o forse il contrario, ma...fa lo stesso.

Il reuccio italiano in esilio, che vendeva elicotteri allo Sciàh, decise di andare a sposarsi proprio a Teheran, nella " più stretta intimità ", ma con le solite luminarie. La giornalista di un rotocalco di Milano, travestita da monaca, nascose la macchina fotografica sotto la tonaca. Le guardie imperiali non l’arrestarono, si accontentarono di svestirla della tonaca e di strapparle " l’arma del delitto ".

Sui minareti, però continuavano a sventolare, come un’incombente minaccia, le nere bandiere dei mollàh, e nelle cerimonie religiose vessillo verde, ricordava il colore del Profeta.

Il rituale era sempre uguale, e sempre si riviveva, rifranto dai mosaici di specchi, il Ceraunavolta. Le favole, del resto, sono inventate per essere ripetute all’infinito, come nei mosaici di specchi. Si mangiava il caviale in coppe di cristallo sostenute tra le ali di cigni di ghiaccio, che il calore scioglieva, e che tornavano a ghiacciarsi, impassibili, nei frigoriferi imperiali, per l’occasione successiva. Lo Sciah festeggiava il 2500esimo anniversario dell’impero persiano. Era figlio di un caporale, ma si metteva in testa una corona incrostata di gemme che pesava cinque chili e si dichiarava erede di Ciro l’Achemenide. Giornalisti e notabili di tutto il mondo, con sorrisetti di sufficienza parlavano di paranoia e di megalomania, ma facevano il bagno nell’acqua di rose, mangiavano il caviale servito con mestolo d’argento, e portavano in patria, come souvenirs tappeti, turchesi, miniature, coppe preziose e broccati.

Soprattutto in seguito alla politica di Enrico Mattei, l’Italia cominciò ad avere in Iran un ruolo importante anche da un punto di vista culturale.

Numerosi artisti e architetti lasciarono la Francia, una delle più importanti capitali " culturali " dell’intellighenzia iraniana, e andarono a laurearsi in Italia.

Negli anni ’60 c’era un esercito di giovani docenti, nelle Università, specialmente architetti, storici dell’arte, ma anche cineasti, pittori, scultori, che avevano studiato in Italia, e portavano in patria, spesso, oltre alla laurea, la moglie italiana.

L’Italia cominciò ad esportare professori, archeologi, poi restauratori che lavarono la faccia dei re negli affreschi di Isfahan, rimisero in piedi colonne e ripulirono le barbe di marmo degli Achemenidi di Persepolis. Li dirigeva un personaggio che dopo Mattei era forse l’italiano più popolare in Iran : Giuseppe Tucci, il grande orientalista, storico delle religioni, presidente dell’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO).

Lo Sciàh Pahlavì si faceva chiamare anche Aria-Mehr che significa " Luce degli Ariani ". Le sue vicende d’amore faceva andare a ruba i rotocalchi ; l’Italia doveva accogliere la più bella delle sue mogli ripudiate, che riprese a tessere altri sfortunati Ceraunavolta.

La terza moglie, un ex studentessa di architettura a Parigi, si interessava alle arti e ai problemi delle donne. Senza dubbio, ce la metteva tutta ; Farah Diba rappresentava l’aspetto migliore di quel reame che sembrava da operetta.

Nel tesoro della corona, nei sotterranei della Banca " Mellì ", brillava il diamante Darià-i-Nuhr, il " Mare di luce ". Tutto, era luce. Il paese andava verso il futuro, o almeno così pareva, attraverso le nuvole d’oppio dell’illusione o della propaganda. Si costruivano, è vero, palazzi, strade, ma anche scuole e ospedali, almeno in posti dove erano bene in evidenza, sulla " facciata " del reame.

" Rivoluzione bianca " si chiamava la politica dello Sciah, e, nella lotta contro l’analfabetismo, i soldatini di leva, che avevano un qualche diploma, venivano mandati nei villaggi sperduti ad insegnare l’abbiccì.

Ma nei meandri sottoterra non c’era solo il Darià-i-nuhr : il Re dei Re non sapeva, o non voleva sapere, che sotto il suo regno di luce c’era un oscuro mondo di ferro e di fuoco, di fumose passioni represse. Preferiva ignorare che non ci può essere futuro senza passato, che non si può inventare solo con feste luminarie e bandiere un passato millenario, che non si può rinnegare la storia saltando secoli scomodi. Che piaccia o no, la storia di un popolo è anche storia religiosa.

Il figlio del caporale Pahlavì si metteva in testa la corona di Ciro l’Achemenide e proibiva le manifestazioni islamiche troppo popolari e appassionate. Processioni, flagellazioni, sacre rappresentazioni erano considerati retaggio di un passato di cui ci si dovesse vergognare. Gli oggetti di culto o di artigianato religioso venivano sterilizzati, impacchettati in cellofan ; diventati folklore da museo venivano trasportati ai festival per essere presentati all’élite internazionale. Sincera quanto ingenua appare oggi la volontà di Faràh Diba di salvare il patrimonio culturale iraniano, compreso quello popolare e religioso (custodito in bacheche), oggi che perfino i Tazièh, le sacre rappresentazioni che facevano piangere il popolino nei villaggi, sono stati proibiti perché non abbastanza aderenti al più cupo sentimento religioso. Sono spettacoli, e quindi, in ogni caso, evasione, divertissement, dopo che alla finzione delle stragi di Karbelà e del martirio del santo Hossein si è sostituita una più cupa realtà.

Il Re dei Re, Luce degli Ariani saltava allegramente i secoli di tradizione mussulmana e si metteva in posa tra i bassorilievi di Persepolis accanto a Ciro, Dario, Serse e Artaserse (aveva, è vero, un bel profilo da medaglia), ma già negli anni sessanta un saggio italiano, l’orientalista Alessandro Bausani, che sapeva tutto sulla civiltà persiana, diceva che un oscuro potere, un’altra forma di cultura ribollivano nelle viscere infuocate del Damavand, come negli abissi di vulcani che sembravano spenti. Osservare la laicizzazione del paese, sia pure con metodi violenti, poteva certo piacere agli spiriti illuminati, in Iran e nel resto del mondo, ma un’altra antica civiltà era nelle moschee, e non tra i mosaici di specchi, nel Golestàn tra i giardini di rose.Un oscuro potere che non si poteva ignorare era nelle mani dei vecchi Mollàh, più ancora che in quelle dei ministri che parlavano inglese.

Troppo pieno della sua gloria e del suo sogno volto al futuro, la " Luce degli Ariani " non tentò nessun compromesso col potere religioso, e i primi moti rivoluzionari islamici furono facilmente repressi con la violenza. Erano cominciati nelle " città sante " ; da Qom, centro religioso importante dove viveva un Ayatollàh di nome Khomeinì, arrivarono a Teheran, minacciose, le prime ondate di ribelli, che furono facilmente disperse dalle " forze dell’ordine ".

Sul vetro della finestra di un poeta un proiettile disegnò una ragnatela, e, penetrando all’interno attraverso un foro perfetto, andò a torcersi sulla parete : il poeta lo raccolse e ne fece un piccolo corno, quale talismano contro la paura.

Un altro poeta scrisse versi che diventarono celebri :

Sguardo

Sul vetro incrinato,
aveva il ragno tessuto una tela.
Sul vetro,
il diamante dei tuoi occhi.
tracciò una riga.

In frantumi, il vetro
ruppe il silenzio degli alberi.

Restarono solo i tuoi occhi
e la luna:
nel mio sguardo cucirono,
insieme,
il loro sguardo.

testo poetico di
Nadèr Naderpùr,
libera traduzione di G.L.

Era lo sguardo di una donna ? Ma era forse lo sguardo della morte, che faceva uno scherzo con lo scricchiolio di una ragnatela di luce sul vetro di una finestra. Con i poeti, non si sa mai.

Il più potente dei vecchi Mollàh, l’Ayatollàh dagli occhi di fuoco, partiva per l’esilio, si rifugiava a Parigi a ruminava preghiere e progetti. Il Re dei Re non voleva sapere che c’erano cose più grandi di lui, nella scacchiera del mondo, e che ad una pedina si sostituiva un’altra pedina ; ad un esilio si sarebbe sostituito un altro esilio.

Nel 1987 partì l’Imperatore e tornò il vecchio Mollàh, accolto da una folla osannante. Molti, anche tra i laici, speravano in un cambiamento benefico per il paese e in una rivoluzione pacifica.

Il Re da operetta diventò un personaggio tragico : gravemente ammalato, non trovava, nei paesi dei presidenti che avevano mangiato caviale alla sua tavola, un letto per morire. Il mondo si capovolse : l’integrismo, la teocrazia, l’oscurantismo si sovrapposero all’ottimismo programmatico ed al progresso artificiale.

Mare di luce, mare di petrolio, mare di dollari, mare di sangue.

I padroni dell’Occidente muovono pedine e navi cariche di armi. L’incubo di una guerra lontana, la pietà per i milioni di martiri, volontari o no, di bambini massacrati, sono cose lontane, in un mondo di favola tragica...purché si continui a succhiare petrolio, purché si continui, da qualche parte, a leccare caviale.

C’era, in quel mondo di specchi ustori, qualcuno che aveva capito che il mondo non è solo luce e fuochi d’artificio, che il mare di petrolio può diventare di fuoco. C’era qualcuno che voleva un progresso vero, di dimensioni umane, che voleva avanzare portando un Padre sulle spalle, qualcuno che esprimeva il malessere per la perdita dell’identità che li americanizzava, per la corruzione, per l’oscuro potere della " Savàk ", la terribile polizia segreta dello Sciàh.

Ma la Savàk, decapitata, come il drago delle antiche storie, risorse con altro nome, e con sette teste per ognuna che se ne tagliava, in nome di dio. La corruzione cambiò faccia, l’Iran rimase isolato dal resto del mondo, e per lunghi anni sopportò il peso dell’estenuante guerra con l’Irak.

Gli spiriti illuminati, che avevano imparato in Europa il concetto di progresso democratico, avevano sperato in un nazionalismo moderato. C’erano tra loro politici, sociologi, scrittori e poeti, che partirono verso l’esilio.

Tra i poeti che furono (e sono ancora) il simbolo di un progresso interiore, di autentico rinnovamento, due, tra tanti altri, sono importanti per noi perché furono vicini all’Italia, per simpatia, per formazione, per cultura : Nadèr Naderpùr e Forugh Farrokhzàd.

Furono un riferimento sicuro, anche prima della rivoluzione islamica, per gli intellettuali, le donne, i giovani.

La loro sensibilità, la loro maniera di esprimersi, per quanto autenticamente persiane, non sono troppo lontane dal mostro mondo. Una traduzione, anche se fatta con molto amore, curata a suo tempo con la collaborazione degli stessi autori, non può che tradire tutta la bellezza, la ricchezza, e la musicalità del testo.

 

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Nadèr Naderpùr

Nadèr Naderpùr è nato a Teheran nel 1929, da una famiglia aristocratica (discendente da Nadèr Sciàh). La raffinata cultura dei giovani aristocratici persiani del suo tempo non poteva prescindere da una parallela cultura occidentale, e Naderpùr ebbe una doppia formazione, francese e persiana, alla quale si aggiunse più tardi l’interesse per la lingua e la poesia italiane.

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Gina Labriola e Nadèr Naderpùr

Terminati gli studi letterari a Teheran, si trasferì a Parigi e si laureò alla Sorbona in letteratura francese; è uno dei più efficaci traduttori di poeti francesi in persiano.
Più tardi, dopo un lungo soggiorno in Italia, tradusse per la casa editrice Franklin alcuni tra i più importanti poeti italiani (tra gli altri, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Pasolini).
La sua importanza di traduttore e poeta cosmopolita è pari al ruolo che assunse giovanissimo nel campo della poesia persiana. Fu uno dei più efficaci e convinti rappresentanti della nouvelle vague della poesia in Iran che faceva capo al poeta innovatore Nimà Yuscij (1896-1960).
Importanti e significative la posizione civile e le opinioni politiche di Naderpùr : fece parte, giovanissimo, del Tudèh (il partito comunista iraniano), ma ne uscì dopo l’occupazione dell’Azerbagian da parte dell’Unione sovietica nel 1948. Militò nel movimento nazionalista di Mossadeq, il quale, sconfitto e in disparte, resta, in maniera esplicita o allusiva, nell’opera del poeta, il " Gran Vecchio ", un simbolo di indipendenza e di nazionalismo laico.
Nel periodo post-Mossadeq e pre-Khomeinì, nell’epoca Palhavì con le sue luci e le sue ombre, Nadèr esprimeva il malessere di tutti gli intellettuali di formazione europea e di ideali democratici, anche se non poteva prescindere dal consenso per la politica di laicizzazione del paese da parte dello Sciàh.
Nell’epoca dei rubinetti d’oro, conduceva una vita francescana, occupandosi di radio, televisione, riviste letterarie, conferenze, e, naturalmente, di traduzioni e di poesia. Alternando a lunghi periodi di permanenza in Europa è vissuto e ha lavorato a Teheran fino al 1980, quando è partito per un volontario, tristissimo esilio in Francia, preceduto dalla figlia Pupàk.
Nel 1985 inizia per il poeta una nuova fase della vita: si trasferisce negli Stati Uniti, accompagnato dalla giovane moglie Jalèh, e dal 1988 ha insegnato letteratura persiana all’Università di Los Angeles, invitato a convegni, conferenze, dibattiti, seminari, organizzati dalla numerosa colonia di esuli iraniani in America.
Muore nella primavera del 2000. Gli esuli iraniani a Parigi organizzano importanti manifestazioni in suo onore.

Dal cielo alla corda
(Dar assemàn tà rissmàn)

Teheran 1978

E’ seccato il piracanto
e l’alchimia del tempo
ha tramutato il fuoco della profezia
in oro e sangue,
il colore dell’oro e del sangue
ha fatto dimenticare
alle starne canore il profumo dei campi.
Il sole non è più il Cristo della luce.
Tutte le nuvole sono gravide di inverno,
i ruscelli scorrono indifferenti
verso il fiume senza sole
e tutte le strade, nel loro perpetuo cammino
sboccano nella disperazione dei vicoli ciechi.
...............
..............
Il mattino è profeta di dolore
e la notte esegeta della disperazione.
La luce non sa più mostrare il cammino.
Il riflesso degli specchi
ha portato gli occhi delle allodole
verso un’eterna cecità
e l’uomo morso dal serpente
è atterrito dalla corda bianca e nera.
La corda è il serpente
e il serpente è la corda della forca
la forca è il vertice
dove il cielo si annoda alla corda.
E il cielo dorme, e la forca veglia.

O tu, messaggero dell’alba!
Tu solo, fa trasparire la luce
abbi pietà degli alberi
dà coraggio ai fiumi,
che affidino il cuore al calore del sole.

Tu solo puoi spingere le strade
ad oltrepassare il buio dei vicoli ciechi.
offri, tu solo, al cuore dell’uomo tanta chiarezza
che possa accendere ancora in questa notte
la lampada della verità,
tu solo, fa che le mani
possano imparare dalla forma delle foglie
il senso dell’amicizia.


 ***

Il falso mattino
(da " Sob-e dorugbin ")
Parigi 1982


Stasera la terra non ha più peccati.
L’ascesi bianca della neve
ha nascosto l’eresia degli uomini.
Questa maschera d’argento
sul nero volto della natura
è la menzogna del mondo.
Questa sera il vecchio albero
pensa di essere ancora giovane,
ma quando sorge il sole
si sciolgono i suoi pensieri di neve.
Quale occhio
potrà vedere il volto della verità
che come il sole si nasconde?
Forse verrà la risposta
da un occhio che conosce il pianto.
............
...........

Ah ! Il gallo che aspetta il mattino !
Una favilla non muore
in un batuffolo di cotone.
Ma guarda : il sole è morto
nella bianchezza dell’azzurro.
La magia della neve ha addormentato
gli occhi degli alberi ingenui
ed ha portato via col cavallo della fantasia
nei vecchi giorni
i contadini pazienti che vanno a piedi
verso la città irreale dell’adolescenza.
Ma il cuore della terra è imbevuto
del pianto della pioggia nella notte
e confessa una celata verità.

***

L’indovino
(da " Sob-e dorugbin ")
Parigi 1982

L’alveare del sole si era rovesciato
fuggite da lui le api di luce.
al di là dei prati,
calpestati dal cielo,
erano caduti
i rossi petali del tramonto.

Un vecchio chiromante – il vento –
arrivò da una strada lontana,
avvolto intorno al collo
lo scialle giallo dell’autunno.
Era invitato, quel giorno,
dagli alberi della via
che dal suo lucido responso
volevano conoscere il destino.

Ad ogni passo lo salutava un albero
ogni ramo gli tendeva la mano.
Ad una ad una il vento respinse quelle mani,
poi, come uno zingaro, intonò un canto nostalgico.
Cantò, cantò finche i corvi della sera
evocarono la notte tra i rami degli alberi.
Atterrite da quella voce, caddero le foglie
come se un colpo di fucile
le avesse colpite in cielo, a mille a mille.
Come acqua, sulle foglie scivolò la notte.

Ogni foglia una mano recisa :
il vento chiromante
senza guardare le linee delle palme,
aveva letto il destino di ogni foglia.

(Le poesie di Nadèr Naderpùr sono state tradotte in Italiano da Gina Labriola)

 

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Forùgh Farrokhzàd

E’ nata a Teheran nel 1935. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito, ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Comincia a scrivere molto presto: è del 1955 Asìr, "Prigioniera". Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a Teheran, ma non le sarà concesso di rivedere suo figlio. Incontra in questo periodo Nadèr Naderpùr ed ha con lui una breve relazione, importante, per ambedue, dal punto di vista poetico. E’ il periodo della rivolta: la volontà libertaria, gli atteggiamenti provocatori. Gli amori tumultuosi la lasciano amara e

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Forugh Farrokhzàd

tormentata, l’ambiente culturale delusa.  Dopo la pubblicazione di Divàr, "Muro", inizia una fase più serena della sua vita: viaggia in Germania e in Italia, a Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come "Canto di bellezza", e "Rivolta di dio".Del 1958 è Ossiàn, "Rivolta", che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi.
Al tempo dello Sciàh Pahlavì, se non c’era libertà politica, era tollerata una relativa libertà sessuale, almeno nel mondo dell’alta borghesia cittadina, e, già prima del ’68, non erano uccelli rari, specialmente tra le artiste, le belle donne, almeno apparentemente, senza inibizioni, ma Forùgh faceva della libertà un manifesto provocatorio, con una decisa volontà di rottura; basta rileggere i titoli dei suoi libri: "Prigioniera", "Muro", "Rivolta".
E’ del ’58 l’incontro con Ebrahìm Golestàn, noto scrittore e cineasta engagé. Inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di Forùgh.
Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra, la poetessa diventa cineasta e realizza alcuni importanti documentari, con i suoi bellissimi testi poetici: Atèsh "Fuoco", è sull’incendio di un pozzo di petrolio; la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura si svolge sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Il film: Khanèh siàh ast, "La casa è nera", sul lebbrosario di Tabriz. Forùgh che mai ha dimenticato il suo Kamiàr, adotta un bambino figlio di lebbrosi.
Sempre più matura si fa la sua arte: ai temi della personale rivolta, alle appassionate poesie d’amore, si alternano temi di chiaro significato politico, con toni discorsivi, o biblici, sarcastici o profetici. Nelle sue poesie è rappresentata la "dolce vita" di Teheran, tra oppio e caviale, tra poeti ufficiali, suoi bersagli preferiti, sbandieramenti, trionfi di plastica e Coca-Cola.
Del ’64 è il suo libro più importante: Tavallod-e-digàr, "Un’altra nascita", Del ’65 è un altro suo film di successo, "Il mattone e lo specchio"; è la storia di un neonato abbandonato in un taxi, che fornisce all’autrice l’occasione per descrivere la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti.
Nel ’66 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani. Un velo di mistero resta ancora sulle vicende italiane della poetessa persiana. Il "Canto di bellezza" è certamente il ricordo di un amore romano.
Il rapporto con Golestàn è sempre più difficile quanto più è appassionato. Una zingara in Italia predice a Forùgh amori e morte violenta. E’ costante in lei il pensiero della fine, forse del suicidio.
Il 14 febbraio 1967 muore in un incidente d’auto, mentre si recava a vedere un film italiano, dopo una drammatica discussione con il suo amante.
Dopo la sua morte, l’intellighenzia persiana, giovani, donne, quelli che l’avevano amata o odiata, cercarono di impadronirsi della sua immagine. Spuntarono veri o presunti Pigmalioni che pretendevano farsi custodi della sua memoria. La sua vita, la sua rivolta, la sua tragica fine trovarono fertile terreno nella mitomania di quel paese che conosce i miraggi, nei deserti e nell’anima.
Prima e dopo la rivoluzione islamica, il suo nome è servito da etichetta, e la sua "Casa nera" è diventato il simbolo dell’Iran "nero", teocratico e integrista.
Più che i notissimi "manifesti" di un femminismo che potrebbe sembrare di maniera, sono più inquietanti i componimenti di Forùgh Farrokhzàd dove di volta in volta, o nello stesso tempo, si esprime sottomissione e rivolta, sessualità e misticismo, speranza e paura, peccato e rimorso. Si scontrano nella sua vita e nella sua opera le più drammatiche contraddizioni del suo tempo e del suo paese.
La poesia di Naderpùr, pur se nata da vicende drammatiche, pubbliche o private, levita nella ricchezza delle immagini, può compiacersi nella musicalità dei suoni, roesce a pacificarsi nella rara perfezione formale, purtroppo intraducibile.
La poesia di Farokhzàd, più spontanea, è più accessibile perché più "terrestre". Aspra, esprime il dramma eterno della donna tra due mondi, tra due epoche, tra coraggio e fragilità, tormento e insoddisfazione, aggressività che nasconde la paura, sempre alla ricerca di "altro", più in fonde, e "oltre".


Rivolta di dio
(da "Ossian", "Rivolta")
Teheran 1858

Se fossi dio,
chiamerei gli angeli
per far liquefare
la moneta del cielo
nel forno delle tenebre.
Ordinerei ai giardinieri della terra
di strappare dal ramo della notte
la foglia gialla della luna.
A mezzanotte, lacerando le tende
del mio splendido palazzo,
con gli artigli del mio furore
capovolgerei l’universo.
Dopo millenni di silenzio
getterei i monti
nella bocca spalancata dei mari.
Scioglierei i ceppi
di migliaia di stelle febbrili.
Spargerei il sangue del fuoco
nelle vene silenziose dei boschi.
Lacerate le tende del fumo,
farei danzare la figlia del fuoco,
ubriaca,
tra le braccia degli alberi,
nel muggito del vento.

..............
.............

Se fossi dio,
chiamerei una notte gli angeli,
per far bollire l’acqua del paradiso
sulla brace dell’inferno.
Con una torcia accesa nella mano
farei scacciare il gregge dei fedeli
dai verdi umidi pascoli del cielo.

Stanca della purezza di Dio,
a mezzanotte,
sulla china di un nuovo piacere,
cercherei rifugio nel letto di Satana.
Al posto dell’aureola d’oro
vorrei l’ebbrezza oscura e amara
di un peccato, in un abbraccio.

***

Canto di bellezza
(da "Divàr", "Muro")
Teheran 1958



Sulle tue spalle, rocce di granito dure e superbe
cascate di luce, ruscella l’onda dei miei capelli.

Sulle tue spalle, muro di cinta di un mirifico castello
danzano, come rami del salice, le ciocche dei miei capelli.

Le tue spalle, torri di ferro,
le tue spalle, fulgenti di sangue e di vita,
hanno il colore di un braciere di rame.

Nel silenzio, nel tempio del desiderio,
addormentata vicino a te,
i segni dei miei baci sulle tue spalle,
come morsi ardenti di serpenti.

Le tue spalle, nella rifrazione del sole
sotto le gocce chiare e tiepide di sudore
sfavillano come cime di montagne.

Le tue spalle, Mecca dei miei sguardi appassionati,
le tue spalle, sigillo di preghiera...

Nota: "Sigillo di preghiera, è il "mor-e-namàz", una piccola pietra, o un quadratino di creta o di ceramica, che porta incisi versetti del Corano, appoggiata a terra, su cui i mussulmani appoggiano la fronte prostrandosi nella preghiera. Senza la spiegazione non si percepirebbe la violenza e la forza blasfema della poesia di Forùgh.

***

Il diavolo della sera
da "Ossian", "Rivolta"
Teheran 1958


Ninna nanna, bambino mio,
chiudi gli occhi, è sera.
Chiudi gli occhi, che il diavolo nero,
con le palme insanguinate,
e un ghigno sulla faccia,
sta arrivando!

Appoggiami in grembo la tua testina,
ascolta il suo passo.
Si è spezzata la schiena del vecchio olmo,
quando lui vi ha appoggiato il piede.

Tremano i vetri delle finestre,
i suoi artigli battono alla porta.
Senti come urla!
Gli dico: "Vattene! io sono qua, sveglia,
non puoi portarmi via il mio bambino!"

Si spezzò il silenzio della casa.
Gridò il diavolo della sera:
"Basta, donna! Non ho paura di te.
Il tuo grembo è ruggine di peccato.
Io sono un demonio,
ma tu sei più demonio di me!

Una madre, dal grembo pregno di colpe!
Vedi dove mai si appoggia, un bambino innocente!"

Muore il grido, nel fuoco del dolore,
fonde il mio cuore come ferro.
Gemo d’angoscia: "Camì, Camì, Camì...
togli la tua testina dal mio grembo!"


Camì è il nome del bambino che Forùgh fu costretta ad abbandonare dopo il divorzio. E’ costante in tutta la sua poesia, il ricordo doloroso del figlio perduto. Un cupo senso del peccato si alterna ad espressioni di rivolta o di sessualità libera e gioiosa, che assume talvolta, come abbiamo visto, toni blasfemi, o accenti di femminismo programmatico ed esasperato.

***

Sulla terra
da "Tavallotd-e-dighè", "Un’altra nascita"
Teheran 1964


Non ho mai sperato
diventar stella nel miraggio celeste.
Non ho sperato,
come un’anima eletta,
accompagnare angeli silenziosi.
Non mi sono mai separata dalla terra,
non ho mai incontrato una stella.

Sono in piedi, sulla terra.
Il mio corpo: uno stelo d’erba
che, per esistere, succhia
il sole, il vento, l’acqua.

Con i miei desideri,
con il mio dolore,
io sono sulla terra:
voglio l’elogio delle stelle
voglio le carezze del vento.

Guardo dalla mia finestra.
Non sono che l’eco di una canzone :
io non sono eterna.

Di una canzone, cerco solo l’eco,
nel grido di un desiderio
più puro del silenzio del dolore.

Io non cerco il nido
in un corpo steso come la rugiada
sul giaggiolo del mio corpo.

Sul muro della mia vita,
uomini, viandanti,
hanno tracciato ricordi
col nero carbone dell’amore :
un cuore trafitto da una freccia,
una candela rovesciata,
punti pallidi e silenziosi
sulle lettere della follia.
Tutte le labbra
che sfiorarono le mie labbra
hanno creato nella mia notte,
una stella,
che si posava sul fiume dei ricordi.
Perché dovrei invidiare le stelle ?

Questa è la mia canzone,
Non ci fu mai niente, prima.


 ***

Versetti terrestri

da "Tavallòd-e-digàr", "Un’altra nascita"
Teheran 1964
(frammenti)


Allora il sole si raffreddò,
la grazia della fertilità fuggì dalla terra,
ingiallito il verde dei campi
disseccati i pesci nei mari,
la terra vomitò i suoi morti.
.......
le vie si smarrirono
nell’oscurità dell’orizzonte.

Nessuno pensò più all’amore,
nessuno alla vittoria,
non si pensò più a nulla.
...................
Per la vergogna le culle
si rifugiarono nelle tombe.

Una palude d’alcool
tra acri vapori di veleni
ha inghiottito nei suoi abissi
la massa inerte degli intellettuali.
Topo maligni
hanno roso le pagine dorate
dei libri nei vecchi scaffali.

Il sole era morto
e "domani"nel pensiero dei bambini
ebbe un senso vago, perduto.
Nei loro quaderni di scuola
disegnavano la stranezza
di quella vecchia parola
con una grande macchia nera.

...............
...............

Forse, ma in quel vuoto senza fine
dove il sole era morto,
nessuno sapeva che il nome
di quella triste colomba
fuggita dai cuori
era la speranza.

...........
............
(le poesie di Forùgh Farrokhzàd sono state tradotte in italiano da Gina Labriola)


da " Poetica ", anno II, N° I0-11 gennaio-febbraio 1990 Edisud, Salerno

 

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